Lea Vergine

di Camilla Rota e Francesca Sinagra

All’anagrafe Lea Buoncristiano (Napoli, 5 marzo 1936 – Milano, 20 ottobre 2020). Il carattere aspro e rigoroso le permette di farsi strada nel mondo dell’arte degli anni Sessanta, all’epoca ancora di impronta profondamente maschilista.  Si occupa specialmente delle avanguardie dell’arte programmata e cinetica e, affiancata dal maestro Giulio Carlo Argan, nel 1964 progetta la rivista “Linea Struttura”, alla quale partecipa anche Enzo Mari (genio del design che diventerà il compagno di vita dopo il fallimento del primo matrimonio).  

Lea Vergine è donna provocatoria e fuori dagli schemi, sostiene che “l’arte non è una faccenda per persone perbene”.  Incontra Milano agli inizi degli anni Settanta ma non trova la familiarità della sua Napoli, la frenesia metropolitana le permette tuttavia di approfondire la performance art e di pubblicare “Il corpo come linguaggio. Body art e storie simili”.

È affascinata da artisti come Urs Luthi e Gina Pane che introducono nell’opera la sofferenza fisica del corpo e indagano l’ambiguità dei sessi e la seduzione androgina.  Se, in occasione di una conferenza all’Accademia di Belle Arti di Napoli agli inizi degli anni ’60, L’Unità scriveva “la gente è venuta per vederle le gambe, non per ascoltare la giovane critica d’arte”, oggi la si ricorda come l’inimitabile critica e curatrice che, con la voce segnata dalle mille sigarette, afferma “l’arte è importante perché non è necessaria. È il superfluo che ci serve a renderci un po’ felici”. 

 

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