INTERVISTA A LARA ILARIA BRACONI

di Vera Canevazzi e Caterina Frulloni
 
 
 

1) Dove vivi, dove hai vissuto e dove vorresti vivere? 

Vivo a Milano. Ho vissuto a Montignoso, Carrara, Praga, Varsavia, Torino, Stoccolma. Vorrei vivere per un po’ di tempo in Groenlandia e in Nuova Zelanda; in generale, dovunque la pittura mi porti. 

2) Quale è secondo te l’opera d’arte più significativa degli ultimi 20 anni e perché? 

A Ottobre 2020 ho incontrato l’opera “Where we are going” di Chiharu Shiota presso la Fondazione Merz a Torino durante la mostra “Push the limits”. Ho avuto l’impressione di trovarmi sotto ad un grande interrogativo: un’insieme di 150 barche fluttuanti fatte di filo, così leggere e quasi impalpabili, sospese nello spazio. Un’idea di cascata bianca che mai giunge al suolo, ritmata dai contorni neri delle barche. Mi sono sentita come sotto la via lattea, persa e completamente avvolta; avrei voluto trovarmici in mezzo. 

3) Quali sono secondo te i tre artisti emergenti attualmente più interessanti? 

Mi trovo in sintonia con il lavoro di Daisy Parris, un’artista americana, che ama la pittura e sta facendo della sua vita una continua pittura; esiste in lei una necessità radicale e cavernosa, che si muove dall’espressionismo astratto alla pop, molto swag. Seguo con grande interesse il lavoro di Luca dal Vignale, artista italiano che attualmente vive in Belgio, nella cui ricerca assembra tessuti e materiali diversi, ricavandone specifiche visioni di passaggio, come se ogni particolare della materia potesse raccontare infinite storie o apportare molteplici visioni attraverso la sua apparenza. Recentemente sono entrata in contatto con il lavoro di Teresa Antignani, artista italiana, che fa del riuso la pratica principale del suo fare e pensare vita e arte. Un corpo denso che respira, scarti che riprendono vita, si mescolano, eruttano e si ricompongono in un canto visivo. 

4) Quali sono i tuoi testi critici di riferimento? 

Attualmente sto leggendo “Le parole quotidienne” di Maurice Blanchot, gli scritti di Yves Klein, “Pan” di Knut Hamsun, “Giù in fondo” di Leonora Carrington, “Essere e tempo” di Heidegger, gli scritti di Monet, “I celti” di T.G.E Powell, gli scritti di Domenico Gnoli, l’antologia di fantascienza “Le meraviglie del possibile” e “Come io vedo il mondo” di Einstein. 

5) Dove e come lavori? Hai bisogno di determinate condizioni per entrare nel processo creativo? 

Lavoro principalmente in studio, ma posso lavorare dovunque, dentro e all’aperto. Non ho bisogno di particolari condizioni, ogni momento può essere il momento, un kairòs, per così dire. Più vado avanti più comprendo che il mio corpo deve essere sano e io devo stare bene per poter restituire appieno tutto quello che assorbo. 

6) Lavori in maniera istintiva o progetti preventivamente le tue opere? 

Lavoro da dentro la pittura. Il pensiero è prima e dopo. Il lavoro si muove dalla materia, mi parla e alla materia torna. 

7)Che ruolo ha l’invisibile nella tua produzione? 

Che cosa mai saremmo senza l’aiuto di ciò che non esiste? Scrive Paul Valery: “È quasi impossibile separare dal nostro spirito quello che non c’è. Che cosa dunque saremmo mai senza l’aiuto di ciò che non esiste? Ben poca cosa, e i nostri spiriti disoccupati languirebbero se le favole, i fraintendimenti, le astrazioni, le credenze e i mostri, le ipotesi e i sedicenti problemi della metafisica non popolassero di esseri e di immagini senza oggetti i nostri abissi e le nostre tenebre naturali. I miti sono le anime delle nostre azioni e dei nostri amori. Non possiamo agire che muovendo verso un fantasma. Non possiamo amare che quello che creiamo”. 

 

 

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