INTERVISTA A RICCARDO TEN COLOMBO

di Vera Canevazzi e Caterina Frulloni
 
 
1) Dove vivi, dove hai vissuto e dove vorresti vivere?
Vivo a Pinerolo, piccolo centro distante qualche decina di km da Torino. È una cittadina assonnata attorniata dalle Alpi. A pochi minuti di auto ci sono boschi e parchi montani. Per questo motivo, dopo alcuni anni passati a Torino, ho deciso di spostare il mio studio in provincia dove sono cresciuto. Vivere e lavorare fuori dalle grandi città mi lascia più tempo per pensare ed essendoci meno cose da fare mi sento meno distratto da input esterni. A parte un paio di anni passati a Ginevra ho vissuto perlopiù in questa zona, a stretto contatto con la natura e le montagne. Ho vissuto in una baita a 1000 metri di quota per diversi anni per cui ora una cittadina di 40mila abitanti mi sembra una metropoli.
Ma vivere in provincia rallenta lo scorrere del tempo; l’assenza di iniziative interessanti e le minori possibilità di fare rete mi hanno portato a viaggiare molto. Fondamentalmente la terra in cui sono cresciuto è stato il campo base per partire ed esplorare. Così negli ultimi 20 anni ho viaggiato molto passando almeno un paio di mesi all’anno in giro.
Il viaggio è la forma d’arte che preferisco e viaggio principalmente in solitaria da backpacker.
Ho avuto la fortuna di visitare buona parte dell’Asia in particolare India, Nepal, qualche viaggio in Africa e sud America. Sono stato in Siberia, Norvegia e Stati Uniti. Viaggio per realizzare progetti artistici o semplicemente per cambiare aria e scoprire posti nuovi.
Dove vorrei vivere? Più che “dove” la risposta è “come”. Vorrei vivere viaggiando spesso, cambiando città o nazione per scoprire posti e persone sconosciute.
 
2) Quale è secondo te l’opera d’arte più significativa degli ultimi 20 anni e perché?
Credo che una delle opere più significative degli ultimi 20 anni sia “Utopia” di Blu dipinta a Kreuzberg, Berlino.
A parte il messaggio di critica sociale fortissimo, il murale è stato fonte di ispirazione per diversi street artist ed è stato realizzato in un momento in cui l’arte di strada ha iniziato ad evolversi.
Le pareti delle metropoli stavano già cambiando aspetto e non poche erano le opere di street art.
Ma Blu ha alzato l’asticella di parecchio ed ha rilanciato le possibilità comunicative dell’arte urbana.
L’opera è stata cancellata dall’autore qualche anno dopo, appena prima che il quartiere popolare di Kreuzberg fosse oggetto di una massiccia riqualificazione dove palazzi a scopo residenziale hanno preso il posto di Camp Cuvry.
 
3) Cosa ne pensi delle nuove tecnologie applicate all’arte?
Una costante dell’arte è quella di seguire l’evoluzione sociale, politica e tecnologica.
Per questo motivo se la tecnologia può favorire l’evoluzione o la fruizione di una forma d’arte ben venga. La possibilità di utilizzare innovazioni tecnologiche al fine di assecondare il processo creativo rende un’opera contemporanea.
E’ altrettanto vero è che una brutta opera rimane tale anche se realizzata con l’ultima diavoleria digitale.
 
4) Quali sono i tuoi testi critici di riferimento?
Tra i testi che più mi hanno influenzato a livello artistico posso citare “punto, linea e superficie” e “Lo spirituale nell’arte” di Kandinskij, “Arte e percezione visiva” di Arnheim, “Discorso tecnico delle arti” e  “Nuovi riti, nuovi miti” di Gillo Dorfles. Sono alcuni tra i libri che rileggo sovente.
Altri invece sono testi tecnici ai quali faccio riferimento come se fossero manuali. Libri sulla teoria del colore, sulla psicologia della forma e sulla percezione delle immagini.
 
5) Chi sono i tuoi tre principali artisti di riferimento?
Domanda molto difficile. Se penso ad un artista del passato non posso non nominare Victor Vasarely per il suo studio legato alla Op Art. Tra gli artisti contemporanei credo che stia scrivendo qualcosa di nuovo Felipe Pantone soprattutto per l’uso del colore e delle nuove tecnologie applicate all’arte. Infine, sono affascinato dal lavoro di Vhils. L’artista portoghese ha inventato qualcosa di nuovo ed unico. Una tecnica relativamente semplice, una freschezza espressiva coinvolgente rendono il suo lavoro un tassello fondamentale non solo dell’arte urbana.
 
6) Ascolti musica quando dipingi?
Fin da quando ero ragazzino passavo ore ed ore a disegnare (prevalentemente disegno tecnico).
Durante la pratica del disegno la mia mente entrava in una condizione dove il tempo perdeva importanza e potevano passare 5-6 ore consecutive senza che me ne rendessi conto. Spesso la fine di un album o di una canzone mi servivano per fermarmi, girare la cassetta e rendermi conto che era passata mezz’ora o 45 minuti. Ora con la musica digitale mi capita di ascoltare lo stesso album 2-3 volte. La musica era e rimane la colonna sonora durante queste giornate. Non è solo musica in sottofondo. Mi capita spesso di ascoltare in modo intenso ed attendo un album e di coglierne le sfumature più particolari. Spazio dal reggae al punk, dal funk all’afrobeat, dal rocksteady alla musica anni ’70. Ma amo molto anche la musica elettronica e il rap.
 
7) Dove e come lavori? Hai bisogno di determinate condizioni per entrare nel processo creativo?
Quando dipingo o progetto un nuovo lavoro devo essere da solo in un ambiente a me familiare.
Mi capita spesso di lavorare da casa a nuovi progetti, prevalentemente la mattina. In studio invece realizzo le opere precedentemente progettate.
Fortunatamente dopo aver cambiato diversi studi ora ho un laboratorio luminoso e silenzioso dove riesco a concentrarmi e a lavorare per diverse ore consecutivamente senza essere interrotto o distratto.
Non ho particolari difficoltà ad entrare nel processo creativo. Spesso mi capita l’inverso e cioè di avere poco tempo per creare e mettere giù quello che ho in testa. Per questo motivo il processo creativo è qualcosa che continua anche quando non sono in studio. Durante la giornata mi vengono in mente delle soluzioni o trovo ispirazione da quello che mi circonda; quando mi succede prendo appunti. Scatto una foto per memorizzare una palette colori, scrivo due righe dell’idea che mi è passata per la testa o semplicemente disegno in modo schematico l’immagine che ho percepito. Quando invece ho il tempo per progettare riprendo gli appunti e metto tutto in ordine. La fase di creazione, quella manuale, in realtà diventa quella meno creativa e ha la sola funzione di realizzare quello che ho progettato in precedenza.
Ad alcuni questo processo creativo infastidisce, forse perché associano alla pittura un gesto emotivo ed irrazionale. Per me non è così. L’emisfero destro, legato all’inconscio, conduce il processo creativo alternandosi all’emisfero sinistro, quello razionale. Ma ho una mia ritualità che mi permette di attivare le funzioni dell’emisfero destro, azioni semplici ma necessarie al processo creativo.
 
8) Se sbagli un’opera la tieni o la butti?
Non credo di aver mai buttato un’opera. Mi è capitato di buttare dei bozzetti perché non ero in vena di disegnare e non riuscivo ad attivare l’emisfero destro. Per questo motivo non ho mai avuto una di quelle agendine dove raccogliere i bozzetti.  Prediligo invece disegni e schizzi fatti su pezzi di carta svolazzanti. Questa soluzione mi rilassa di più e se il bozzetto non è interessante semplicemente butto il foglietto. Se invece il disegno funziona lo conservo sulla mia scrivania o in un cassetto per utilizzarlo in un secondo momento.
 
9) Esegui opere d’arte su commissione? 
Ho dipinto diverse opere su commissione. Sinceramente forse le peggiori opere che ho realizzato. Messe immediatamente nel dimenticatoio. Dipingere su commissione è difficilissimo. Bisogna prima di tutto capire cosa ti stanno chiedendo, poi adattarsi alla richiesta e in fine realizzare qualcosa che il committente si aspetta. Diciamo molto vincolante. Alla fine, spesso e volentieri il processo non è per nulla divertente e l’opera purtroppo ne risente.
Se invece mi chiedono semplicemente un’opera, senza particolari richieste o aspettative, il lavoro può diventare stimolante e divertente.
 
10) Che cosa è per te l’immaginazione?
L’immaginazione è uno stato mentale che ci mette nella condizione di eliminare il superfluo e lascia spazio alla visione. In questo stato la nostra mente genera immagini, suoni, relazioni, circostanze che prima non erano possibili; nel momento in cui vengono immaginate diventano realizzabili.
Non per forza ogni cosa immaginata si concretizzerà, ma sicuramente, nel momento in cui viene immaginata, prende una forma, una consistenza e un aspetto che potrebbe tramutarsi in qualcosa di reale.
 
11) Che cos’è per te l’invisibile?
L’invisibile è direttamente legato alla capacità di vedere e di percepire.
Nulla è di per sé invisibile, ma l’incapacità di percepire qualcosa ci porta a definirlo e riconoscerlo come invisibile. Per questo motivo stimolare la sensibilità dell’individuo può portare a vedere ciò che prima era invisibile. Per esempio, vedere la bellezza di qualcosa o di qualcuno può essere frutto di un processo educativo e di sensibilizzazione che porta ad apprezzare il lato estetico prima di allora sconosciuto o semplicemente non considerato.

Intervista rilasciata in occasione della mostra
CROMOBLOCK
a cura di Ilaria Bignotti
AR GALLERY 
14 GENNAIO  – 14 APRILE 2021

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